Alcuni giudizi critici

 

   Io amo piuttosto rilevare nel giovane Macchi l’autonomia dell’esploratore di sentieri, non tanto preoccupato del “nuovo” quanto proteso invece alla ricerca del proprio mondo, che è poi il mondo reale, il mondo di tutti, visto però nell’ottica della propria singolare fantasia, nelle dimensioni della legittima ristrutturazione personale, quella che i greci chiamavano “poiesis” ritenendo che ogni artista fosse un “poeta”, che significa creatore. Innegabilmente quasi in ogni quadro del Macchi il “creatore”, più che sotteso, si trova espresso, nello sforzo di schiudersi a mostrarsi. Si osservi l’albero identificato con l’uomo a braccia aperte, il crocifisso, secondo un concetto biblico della croce come albero redentore. Ma questa chiave di lettura non ne esclude un’altra: quella dello schiavo che spezza le catene nella tensione di liberarsi, quella del Laocoonte imprigionato da immani serpenti le cui spire vengono allentate a viva forza … insomma quella dell’artista che intende venir fuori dal chiuso della ingombrante materia, dall’assedio dei luoghi comuni.

Marco Bongioanni

(da “Arte Giovane - I quadri di Luca Macchi”, La Domenica, 1 luglio 1984)   



   La personale rilettura del mondo dechirichiano comporta in Luca Macchi un elemento interpretativo caricato, la contrapposizione del bianco e nero: il nero delle ombre risentite. Le ombre oniriche – e mitiche del Maestro – nel giovane seguitatore si mutano in espressionismo plastico, il che è cosa assai diversa.

Dilvo Lotti

(dalla prefazione al catalogo alla personale alla Galleria delle Arti, Pisa 1986) 



  I quadri di Macchi ci fanno avvertiti di un estro non gratuito né superficiale. La materia è ricca, a volte prende il sopravvento col fulgore, dei rossi e dei blu, o, più spesso, è in funzione diciamo paritaria con gli altri elementi: con un disegno anche perentorio, con gli spazi rigorosi.

   Per questo, nella pittura di Macchi, non ci sono un “fondo” e un oggetto impostato su quello, ma l’oggetto, potremo dire, è tutto il quadro, coi particolari che s’intersecano, si incontrano, qualche volta si scontrano: si tratta di un modo insolito di sentire l’informale.

Piero Santi

(dalla prefazione al catalogo della mostra alla Galleria L’Upupa, Firenze 1988)   



   Tale processo naturale acquista “purità” in Luca Macchi, che, per necessità di autodeterminazione nella ricerca della regula, innalza la volontà dalle “radici” della terra, dalla “germinazione” vitale per “affisare” lo sguardo verso l’aere, nell’attesa dell’abbaglio del lumen, nell’intento di recuperare, nell’attimalità della visione, la globalità del tutto. La mente “tutta sospesa”, mirando, fissa, immobile ed attenta in un afflato dantesco, acquista luminosità oltremisura, potenzia la la propria facoltà gnoseologica, disponendosi ad un’esperienza quasi mistica per raggiungere un empatico coinvolgimento cosmico. I materiali poveri, ricavati dalla natura, si alternano e si ricompongono in geometrie che profilano un “ordine”, contrastando il “disordine” attuale, l’indagine di nuove coordinate nella volta celeste permette, nel riconoscimento non definitivo, di procedere alla riconnessione del passato al presente, al futuro.

Alessandra Scappini

(dalla prefazione al catalogo della mostra al Palazzo Pretorio di Certaldo, 1991)           


   Il mondo di Luca Macchi si esplica in sussulti talora di una geometricità complessa, con figure regolari nella loro matematica irregolarità, dalle superfici cerate, morbide e scivolose allo stesso tempo. La parola scivola via dalle superfici, si appende alle linee, alle altre figure inscritte nelle figure. Ad evocare una regolarità spasmodicamente e idealmente voluta. Se la composizione nega l’armonia, il cuore deve essere armonico. Armonico e musicale.

Ilaria Mariotti

(dalla presentazione alla personale allo Studio Gennai, Pisa 1992)   



   In parallelo e al contrario Luca Macchi è stato tentato dalla visione statica di una

onnicomprensiva instanza del significato, senza priorità né gerarchia di elementi, ma anche senza disordine. Essa può darsi in ogni accidentale coesistenza di realtà materiche. 

   L’altro movimento è quello che potremo chiamare di affrancamento dall’espressivo o

espressionistico della tradizione, dicevo, sanminiatese, la cui ascendenza risale a Pietro Parigi, in favore di una semplice e chiara enunciazione la quale assume un immediato e trasparente potere simbolico. Tutto sta nella limpidezza congiunta dell’ideazione e della esecuzione. Non si presumono secondi piani, tutto è nell’evidenza e non alluso – eppure proprio questa equalità diventa simbolica. Simbolica senza simbolismo, potremo dire.

Mario Luzi

(dalla prefazione al catalogo della mostra nella ex cripta di San Ludovico d’Angiò, Convento di San Francesco, San

Miniato 1996) 



La mostra di Luca Macchi è annunciata come evento pittorico nella ex cripta del Convento di San Francesco qui a San Miniato. più propriamente, direi, si presenta come una concrezione che, dilavando attraverso meandri, cunicoli e caverne, si evidenzia nel buio sotterraneo col lucore di incandescenze sorprendenti. Il magma è interpretato come convulsa agonia della materia che perde lo stadio fluido per diventare un solido inerte ed ancora come magica fermentazione di elementi primordiali che vanno verso una forma ed una figura: il caos che vuol diventare cosmo attraverso il gioco del caso e la norma della causa. Per capire questo discorso bisogna percorrerla tutta questa galleria (il termine è veramente appropriato perché si tratta di una serie androni articolati e collegati come quelli aperti dalle radici di un grande albero); è tutto un cammino che narra la metamorfosi che va dalla materia inerte verso la natura vivente e canta a suo modo la bellezza del volto umano che finalmente riesce libero dalle simmetrie geometriche che sembravano imprigionarlo. È un’esperienza che parte dagli aspetti scabri della natura per approdare alle luminescenze improvvise della realtà: a dire che in fondo non ci troviamo nell’antro del minotauro spuntano lune d’oro e costellazioni di luci, quasi ad indicare che esiste ancora per l’uomo una via d’uscita.

Luciano Marrucci 

(Toscana Oggi, 2 giugno 1996)  


   A me piace questa leggerezza di Macchi, proprio la sua evidenza e quel candore di esecuzione – mi riferisco alle ultime cose – che fanno intravedere un oltre senza forzature, con la semplice linea espressiva che deriva dal segno, dai materiali, dai colori, dal diffondersi caldo della luce. E le stesse valenze simboliche (degli ori, delle costellazioni, delle forme geometriche come triangoli e falci) mi appaiono razionali e suggestive nello stesso tempo.

Valerio Vallini

(da Dal magma alla limpidezza, in Erba d’Arno, n. 66, 1996) 



   Bisogna subito dire che quella di Macchi è una pittura di impronte, di segni labili, di tracce depositate dal tempo, o forse meglio catturate dalla sensibilità dell’artista nel loro trascorrere in quelle zone dello spirito che sono luoghi della memoria appunto. Per questo i dipinti di Macchi hanno una particolare capacità evocativa, suscitano emozioni sottili, molto vicine al rapimento poetico. 

Nicola Micieli

(dalla prefazione al catalogo della mostra nella Torre di Filippo il Bello a Villeneuve Lez Avignon, 1999)



   Ha una sua statura storica e stellare Padre David Maria Turoldo di Luca Macchi. Artista di grande temperamento, residente a San Miniato, il Macchi alterna vampe di luce con una scrupolosa e insistente grafia descrittiva, perché nulla vada perduto e si consegni: a questo tempo pereunte – tipizzato e vegliato dalla candela – e ad una memoria astrale – concentrata nel segno d’oro nel cielo – che è il luogo definitivo della poesia e (l’altra ala della figura di Turoldo) delle forti “ragioni” della fede.

Giuseppe Billi

(L’arte che guarda in volto la pace, in “I volti della Pace”, Aula Pacis, San Miniato 2000)



   La materia è, nel percorso di Luca, un punto di partenza. Dopo aver scavato tra le sue possibilità espressive, l'artista si è lanciato verso l'alto, con uno sguardo al cielo e a ciò che simboleggia. Nelle opere della metà degli anni Novanta, come Luce (1995, foto B/N e foto a colori) ci presenta un uomo di spalle rivolto agli astri; la distanza ravvicinata e la presentazione bidimensionale dell'immagine ci indicano una ritrovata armonia. 

   Quella di Macchi diventa, oggi, una sorta di preghiera laica. La sua pittura cerca un barlume di humanitas all'interno dell'uomo stesso. Con la fiducia di trovarla. Le sue Tavole della luce, presentate da Nicola Micieli nella personale al Palazzo dei Priori di Volterra (16- 19 giugno 2002), ci mostrano aperture accoglienti spalancate su sfondi scuri. Orfeo (2002) è il volto di una scultura classica segnato dal bruciare di una candela. Un moderno ex voto su una tavola centinata, che richiama la devozione popolare.


Silvia Bottinelli

(St-Art, le terre del Rinascimento, cd-rom, Regione Toscana, 2003)





   Stratificazioni segniche e coloristiche improntano l'arte di Luca Macchi, incentrata sulla sacralità dell'essere e permeata da una luce trascendente che inonda e impreziosisce soggetti e composizioni. (…)

Sperimentatore di tecniche e materiali, Macchi trasforma in arte legni consunti ricontestualizzandoli e donandogli nuova vita attraverso l'uso della foglia d'oro, come ne La nave del tempo del 2002 o addirittura facendo interagire materia “inerte” e vivente come nell'installazione che vede protagonista l'albero della vita avvolto dalle spire di un filo di rame che simula il serpente del peccato originale. (…)

    Raffigurato con la stessa iconografia è Orfeo, figura ricorrente nei suoi lavori, sia negli acquerelli che nelle acqueforti, caratterizzati da visioni oniriche surreal – metafisiche di forte impatto visivo. Orfeo, il cantore in grado di ammansire gli animi, umani ed animali, più feroci, assimilato all'iconografia di Cristo in epoca paleocristiana per il suo viaggio negli inferi, prefigurazione della morte e resurrezione, viene raffigurato da Macchi come tramite tra cielo e terra, in opere sofferte, stratificate, combuste. Nel 2009 Macchi realizza alcune opere intitolate Le mura di Orfeo, in cui le mura dorate separano la terra dall'azzurro del cielo, racchiudendo evanescenti paesaggi. In altre opere coeve le mura diventano finestre spalancate su un arcano mondo metafisico sormontato da cipressi, in cui si muovono Sposi poeti e Santi protettori. (…)    

   E delicato e coinvolgente è il racconto della giovinezza artistica dell'artista, scritta dallo stesso Macchi, Gli anni belli, che ci trasportano nella Toscana degli anni Ottanta. “Il sole brillava nel cielo come l'oro sui dipinti medioevali”, scrive Macchi, “Ma forse quello splendore era nelle nostre menti.” Una mente fervida quella dell'artista che ha saputo evolvere la sua cifra stilistica realizzando opere fortemente presenti ma delicate e poetiche al tempo stesso, in dialogo con la Natura e con Dio. 


Cinzia Folcarelli 

(dal catalogo Liricità e Sacralità della mostra alla Galleria La Pigna, Roma 2012)





   Sono esposte a Roma, nella storica Galleria La Pigna, numerose opere di Luca Macchi, anagraficamente cittadino della toscanissima San Miniato, ma artista noto in tutta Italia per i suoi lavori presenti un po’ ovunque e specificatamente conosciuto nel vasto mondo dell’arte.

Le sue  opere pittoriche e le incisioni presentate richiamano forme classiche dell’espressione artistica, arricchite  di un quid  tutto personale che le distingue e le rende palesemente fruibili.

  Il cammino di Luca Macchi viene da lontano: conseguito il Diploma di Laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze discutendo una tesi sulla pittura metafisica di Giorgio De Chirico, inizia ad esporre negli anni ottanta attraverso collettive che rivelano subito il suo talento e riscuotono i primi successi di pubblico e di critica.

L’incontro con esponenti delle avanguardie del tempo stimola e affina le sue ricerche che si prolungheranno negli anni, via via evidenziando una sempre più precisa collocazione nel panorama decisamente variegato dell’espressione artistica e nella fattispecie pittorica.

Sarà l’incontro con l’altro samminiatese Dilvo Lotti - al quale subentrerà nella realizzazione degli elaborati per la prestigiosa rassegna di  “Teatro dello Spirito”, altresì affiancando ad essa lavori per rappresentazioni teatrali da Roma a Taormina, in Romagna …-; e con il fiorentino Mario Luzi, una delle voci poetiche italiane più vibranti, a infondere nell’animo di Luca Macchi una più profonda vena lirica orientata al religioso e al sacro, come testimoniano numerosi lavori.

Basti ricordare le “tavole della Luce”, e i suoi  “Crocifisso”  per la Chiesa di Collegalli,  per la Chiesa della SS. Trinità in San Miniato, per la Cappella di San Matteo Evangelista a Moriolo, le tavole dedicate ai santi Filippo, Andrea, Bartolomeo, e la serie delle incisioni “Nel Segno, La Parola – immagini dal libro dell’Apocalisse” consegnate a Papa Giovanni Paolo II, oggi presenti alla Galleria La Pigna.

    Se nelle  “Tavole della Luce” si può scorgere l’inclinazione verso la natura di Macchi…laddove foglie d’oro si appaiano alle verdi, come a proteggerle dalla caduta, con maggiore evidenza questa vocazione si rivela nelle tele esposte, realizzate ciascuna su due piani attraverso segni forti e distinti, evocativi di momenti che lo stesso autore ha inteso esprimere come indici di “Liricità e Sacralità”.

Ecco allora emergere ripetutamente il mito di Orfeo, l’incarnazione di valori eterni: l’amore, la musica, la poesia e vieppiù l’arte scultorea e pittorica, momenti preganti accompagnati da un tessuto filosofico che in qualche modo si fa culla del cristianesimo primitivo.

E questi valori si sommano nelle tele di Macchi con maestria e conoscenza: da scultoree finestre affacciano santi, poeti e pittori variamente accoppiati, consapevolmente uniti; e gli sguardi posano un orizzonte familiare, quel paesaggio toscano che qui riecheggia e si appaia  ai paesaggi della pittura colta.

Lontano nel tempo, una piuma accarezza foglie d’oro nel tenue “Sogno di Orfeo” , e ombre di nuove foglie rivelano la loro presenza su la parete che scopre una nuvola nel blu: ancora una “meditazione” che perde lo sguardo oltre i confini di “magici cipressi”, oltre lo spazio del “muro di Orfeo”.


Dante Fasciolo

(Per la mostra di Luca Macchi alla Galleria La Pigna, Roma, Toscana Oggi – La Domenica, 24 giugno 2012)



Santa pittura.


Lavora alla maniera antica Luca, con acrilici matite legni incollamenti di scritture e foglia d’oro.

Foglia d’oro.

Da Bisanzio a Orfeo a Venezia a Rubliev.

Chi è il mito della foglia d’oro?

Bisogna andare prima di Cimabue per ritrovarla.

Nell’oro che Luca usa con delicatezza c’è il filo (pittorico) del suo dialogare col mito – il viaggio della zattera, la testa di Orfeo, il muro, l’uomo albero, i cipressi (magici), il gemmare, le aperture di luce.

L’oro e l’azzurro – deposti vicini con gentilezza e silenzio – sembrano stare in dialogo segreto, a suggerire una salita, un’ascesa e ascesi. Ascesa e ascesi che viene dall’intensità delle vie e dei colli e crinali e pendii intorno – dall’anima paesaggio. Pittura intrisa di ascolto e sguardo.


Giuliano Scabia

(Dalla prefazione al catalogo della mostra “Immagine del mito”, Palazzo Pretorio, Certaldo, Aprile –  Giugno 2016)



A conclusione del percorso espositivo nella Sala del Caminetto, la potente sintesi cosmologica che Macchi ha inteso esprimere s'incontra, in termini figurativi attraverso tre personificazioni anch'esse classiche, “Il Cielo”, “La Terra” , “Il Mare”, sagome dipinte grandi più del naturale.

Sono figure maestose, che svolgono attorno a sé il proprio spazio entro confini di volta in volta creati dalle pose dei corpi e dall'andamento dei pensieri, secondo ritmi segreti orditi dall'artista. Con i supporti sagomati, in andamenti spezzati e irregolari, Macchi si è  infatti cimentato altre volte, raggiungendo effetti di volta in volta imprevedibili nell'amplificazione della figura.

Nella triade di grandi sagome qui proposte da Macchi, i potenti demiurghi, dritti nelle lande vuote e desolate di un mondo primordiale, sembrano intenti a creare ognuno un Regno attraverso la rappresentazione della propria volontà, col gesto e col suono. Se nelle sembianze eroiche, presentate in una nudità all'antica appena panneggiata, i tre semidei risentono della statuaria greca che ha dettato i canoni dell'umanità d'Occidente, nel segreto racconto per immagini del loro lavoro essi condividono la poetica (e poietica) fatica degli Esseri soprannaturali che incontriamo nelle leggende della cosmogonia aborigena australiana: Esseri che nel Tempo del Sogno, precedente alla comparsa della vita, crearono per impregnazione spirituale il mondo e i viventi che conosciamo.

Cristina Acidini

(Dalla prefazione al catalogo della mostra “Le mura di Orfeo e altre edicole del sacro e del mito” a cura di Nicola Micieli, Palazzo Grifoni, Aprile - Maggio 2017, San Miniato)